Il ballo delle patronesse: la prima contestazione pubblica del movimento studentesco udinese, 25 gennaio 1969

 

Nel ’68, anche in una piccola cittadina di periferia come Udine, soffiava il vento della contestazione. Il neo costituito “Movimento studentesco” aveva deciso di condividere le ragioni di una denuncia del PSIUP cittadino contro un’iniziativa denominata “Il ballo delle patronesse” (femminile di patrono, patronessa sta per “protettrice”). Imitazione in scala assai del “Ballo delle debuttanti” all’Opera di Vienna, rappresentava occasione per la borghesia bene (in buona parte giudici e avvocati) per introdurre in società le figlie diciottenni, camuffando la cosa come occasione “nobile” per fare della carità pelosa. I genitori delle altolocate donzelle, per consentire loro di partecipare al ballo, sottoscrivevano una certa cifra destinata in minima parte agli orfani del “Barazzetto”. Il giornale della Curia friulana, “La vita cattolica”, seguendo la sua radicata tradizione “basista” coraggiosamente scriveva: “L’educazione e l’istruzione di 60 ragazzi è appesa all’elemosina chiesta alle porte dei ricchi, alla generosità di un ente che divide i resti destinati a quello che rimane dopo la festa”. Ma la borghesia non intende fare passi indietro, neppure di fronte ai segnali di una possibile contestazione di piazza. Del resto che gusto c’è se non si possono palesare i segni marcati della propria ricchezza? E così il 25 gennaio 1969, alcuni aderenti al Movimento Studentesco (non c’era stata una decisione collettiva ampia) stipati come sardine nelle poche automobili disponibili o facendo ricorso all’autostop, si danno appuntamento al “Circolo dei forestieri” a Lignano, dove era programmato il ballo. Giunti sul posto appare subito chiaro che le forze dell’ordine, accorse in gran numero, erano state avvertire e aspettavano solo un pretesto per intervenire. Il coro “Ce n’est qu ‘un debut, continuons le combat”, palesa convincimenti chiari, ma certamente non violenti. E’ vero che alcune uova (nove di numero) furono lanciate non contro le persone ma contro l’edificio e macchiarono di striscio gli eleganti abiti di un giudice, ma erano uova fresche, acquistate in negozio 5 minuti prima della chiusura, e non certo marce come la stampa si sarebbe prodigata a riferire. A rompere l’equilibrio ci pensano alcuni “benefattori” che, infastiditi e contrariati dalla contestazione, mettono in moto le loro potenti auto sportive e sgommando parecchio travolgono dei ragazzi. Le giuste reazioni a questi gesti pericolosi danno la stura ad un’autentica, dura e prolungata caccia all’uomo da parte della polizia, che riesce ad arrestare otto contestatori. Processo per direttissima per “concorso in tentata violenza privata, manifestazioni e grida sediziose”. In una manciata di minuti la Corte decide il perdono per tre minorenni e condanna a tre mesi per gli altri. Ad un ventenne, studente di giurisprudenza invece 7 mesi, perché reo confesso di avere gridato “Fantoccio!” ad un agente che stava manganellando con lena inusitata un ragazzo finito a terra. Il morale era stato fiaccato, la provocazione poliziesca si era consumata a pieno, ma non ci fu il temuto “riflusso”. Gli avvenimenti incalzavano, la repressione diventava un nemico e nuovi contestatori si affacciavano sulla scena, stimolati da altre ingiustizie, da altri abusi... Su questa storica manifestazione i giornali locali, fedeli servitori del potere democristiano, diedero il meglio di sé. “Le attenuanti per l’insufficienza di maturazione mentale, la ricerca di formule metafisiche, la posizione di organizzazioni politiche e non politiche che li sfruttano” (Il Gazzettino). “Sotto le ruote i ragazzi si sono lanciati volontariamente” (Il Messaggero Veneto). Facendo riferimento esplicito a “La chinoise” di Jean Luc Godard, naturalmente tutti i partecipanti alla protesta vennero bollati come “maoisti” cinesi. Ferdinando Ceschia

(Ferdinando Ceschia)