Roberto Assagioli -
Biografia ed elenco opere
Roberto Assagioli nacque a Venezia il 27 febbraio 1888 e morì
a Capolona (AR) il 23 agosto 1974. Negli anni 1905-1909 pubblicò
articoli nella “Rivista di Psicologia applicata”. Nel 1910 conseguì la
laurea in Medicina all’Università di Firenze, presentando una tesi sulla
psicoanalisi che aveva preparato all’Ospedale Psichiatrico Burghözli
di Zurigo. Successivamente si specializzò in psichiatria e si dedicò a
studi di psicologia e filosofia, alla pratica della psicoterapia usando
vari metodi e sviluppando il suo metodo integrale, la Psicosintesi. Nel
1911 fondò la rivista “Psiche” e partecipò al Congresso Internazionale
di Filosofia tenuto a Bologna e vi svolse una relazione su Il
Subcosciente. Nel 1926 pubblicò l’opuscolo “Psychosynthesis, A New
Method of Healing”; nello stesso 1926 fondò a Roma l’Istituto di
Psicosintesi, che per alcuni anni svolse un’attività molto intensa, però
il lavoro di Assagioli fu reso difficile perché le sue attività
umanitarie ed internazionali destarono i sospetti e una crescente
ostilità del governo fascista, sicché nel 1938 fu costretto a chiudere
l’istituto. Dopo la fine della guerra l’Istituto fu riaperto a Firenze,
con sede in Via San Domenico, 16. Nel 1931 Assagioli pubblicò
l’esercizio fondamentale della Psicosintesi: Disidentificazione e
Auto-Identificazione. Come scrittore e conferenziere, Assagioli compì
numerosi viaggi nella Svizzera, in Inghilterra, Germania, Olanda e Stati
Uniti d’America. Fu Aff. Member of the Royal Society of Medicine di
Londra, socio della Società Italiana di Medicina Psicosomatica, fece
parte degli “Editorial Boards” del “Journal of Humanistic Psychology” e
del “Journal of Transpersonal Psychology”. Nel 1958 promosse in U.S.A.
la creazione della “Psychosynthesis Research Foundation” che ebbe la
prima sede a “Valmy”, una villa vicina a Greenville, Delaware,
successivamente donata per tale scopo alla Signora Alexia Du Pont de
Bie. In quella sede, nel 1958, si svolse un Convegno di medici e di
educatori. In seguito la Fondazione fu trasferita a New York. Altri
Istituti sono successivamente sorti in Argentina, Francia, Svizzera,
India, Grecia. Nel 1959 Assagioli tenne conferenze a Parigi e a Londra.
Nel 1960 si tenne una “Settimana Internazionale di Psicosintesi” in
Svizzera, presso l’”Institut Bleu-Léman” a Villeneuve, con la
partecipazione di congressisti provenienti da nove differenti nazioni.
Nel 1961 Assagioli ebbe parte attiva al V Congresso Internazionale di
Psicoterapia che si tenne a Vienna. Tenne una relazione su: Psicosintesi
e Psicoterapia Esistenziale, e fu Presidente del Simposio sulla
Psicosintesi. Nello stesso anno, presiedette alla “II Settimana
Internazionale di Psicosintesi” a Villeneuve, presso Montreux. Nel 1962
tenne conferenze a Londra e alle “Journées de Psichosynthèse” a Viry
Châtillon, presso Parigi, ove parlò sui principi e sui metodi della
psicosintesi inter-individuale. Nel 1963 presiedette a una convegno sui
Superdotati a Capolona, al quale parteciparono persone di differenti
nazionalità. Nel 1964 partecipò al VI Congresso Internazionale di
Psicoterapia a Londra, dove tenne una relazione sulla Sintesi nella
Psicoterapia. Presiedette anche un Simposio sulla Psicosintesi al Sant
Ermin’s Hotel, al quale parteciparono medici e psicologi di differenti
nazionalità. Nel 1965 presiedette alla “Settimana Internazionale di
Psicosintesi” a Villeneuve, alla quale parteciparono medici, psicologi,
e studenti in medicina. Nel settembre 1967 partecipò ai lavori della
“Prima Settimana Psicosomatica Internazionale” che si svolse a Roma
nella quale tenne una relazione su: Medicina Psicosomatica e
Biopsicosintesi. Nel 1968, a Roma, presiedette alla Settimana
Internazionale di Psicosintesi e tenne cinque relazioni. Nel 1977,
all’alba del giorno 23 agosto, Roberto Assagioli moriva nella residenza
estiva di Capolona. Dal 1957 sono state costituite varie Fondazioni,
associazioni e Centri di psicosintesi in Italia e all’estero (U.S.A.,
Argentina, Canada, Inghilterra, Francia, Svizzera, Germania, Grecia,
India). I suoi opuscoli, articoli ammontano a più di 300 e sono
pubblicati in nove lingue (italiano, francese, inglese, tedesco,
spagnolo, olandese, russo, polacco, giapponese) essi sono: La psicologia
della donna e la sua psicosintesi; Psicologia dinamica e psicosintesi;
Psicoterapia; La psicologia e l’arte di vivere; Saggezza sorridente;
Spiritualità del ‘900; L’educazione dei giovani particolarmente dotati;
Trasmutazione e sublimazione delle energie sessuali; Simboli del super
normale, Come si imparano le lingue col subcosciente; Equilibramento e
sintesi degli opposti; Modi e ritmi della formazione psicologica, Le
religioni, i nuovi tempi e i giovani; La psicologia e la scienza della
sessualità; La purificazione dell’anima nel simbolismo del poema
dantesco; Parole evocatrici (collezione di 30 cartoncini e istruzioni
per l’uso); Medicina psicosomatica e bio-psicosintesi; Esercizi vari
(Disidentificazione, Rosa, ecc.); Leggi della psicodinamica – La volontà
(3 lezioni 1963, 3 lezioni 1967, 2 lezioni 1968, 1 lezione 1970),
Questionario e Studi; C. G. Jung e la Psicosintesi (3 lezioni);
Questionari: ai bambini, agli Adolescenti, ai Giovani, agli Adulti,
sulla Cooperazione; Le energie latenti in noi: Strutture del
Subcosciente; la suggestione e le sue leggi - come si fa la suggestione
- veleni e farmaci psicologici; Parole stimolo (prima e seconda serie);
L’arte e la tecnica del silenzio; Sintesi della psicoterapia; Corsi di
lezioni: anno 1963 e seguenti (serie di almeno 10 lezioni ed esercizi, a
corso);
Costruire
sa Vie per la Psychosyntèse ; Développement spiritual et troubles
neuro-psychiques; Congrès de Psychosynthèse (paris, 6-7, Juin 1970);
The Ethical Relevance of a Psychotherapeutic Techniques; Dynamic
Psychology and Psychosyntesis; Tansmutation ad Sublimation of sexual
Energies; Psychosynthesis : A Manual of Principles and Techniques;
Psychosynthesis : individual and Social; The Training of the Will; Jung
and Psychosynthesis; The Psychology of Woman and her Psychosyntesis;
Psychosomatic Medicine and Bio-Psychosyntesis;
Symbols of Y Transpersonal Experiences; Money and the Spiritual Life;
The Technique of Evocative word (with 17 cards); The Education of gifted
and Saper Gifted Children.
Tutti i testi sono
reperibili presso l’istituto di Psicosintesi di Firenze
Perché
siamo qui? - di George I. Gurdjieff
Gurdjieff, è conosciuto come Maestro di "Quarta Via".
Per molte persone, incontrarlo ha voluto dire: "cambiare la propria
vita", imparare a essere.
Fra i personaggi che lo
conobbero in vita si ricordano René Dumal, Katherine Mansfield, il filosofo
Ouspensky. Giunse in Francia, nel 1922, accompagnato da un piccolo gruppo di
seguaci e dopo poco tempo, presso Fontainebleau, al Prieuré, fondò l'
"Istituto per lo sviluppo armonioso dell'uomo", nel quale insegnava
- tramite l'ausilio di tecniche collegate ad antichissime dottrine orientali
- a risvegliarsi
da una vita di automi addormentati. Così
egli giudicava la vita normale degli occidentali. Dopo la sua morte,
avvenuta a Parigi nel 1949, l'insegnamento di Gurdjieff ha continuato a
diffondersi capillarmente, toccando le persone più diverse e, tutt'oggi, le
persone che si ispirano a lui, sono sparse in ogni parte del mondo.
I due scritti qui riportati, sintetizzano gli scopi del suo insegnamento
e del suo essere.
Tratto
da: "Vedute Sul Mondo reale" - Gurdjieff parla ai suoi allievi
(Ed. L'Ottava)
Priuré,
21 agosto 1923
Per
alcuni dei presenti restare qui non ha più senso. Se a costoro si
chiedesse perché sono qui, sarebbero totalmente incapaci di rispondere,
oppure direbbero delle assurdità, inventandosi tutta una filosofia
senza credere essi stessi a una sola parola di ciò che dicono. Forse
all'inizio lo sapevano, ma se lo sono dimenticati.
Io
do per scontato che chi viene qui ha già capito la necessità di fare
qualcosa, e ci ha già provato da solo. Da questi primi tentativi ha
tratto la convinzione che, nelle condizioni della vita ordinaria, non si
riesce a concludere niente. Allora ha cominciato a informarsi, e si è
messo alla ricerca di un posto dove sia possibile lavorare su di sé,
grazie a delle condizioni prestabilite: alla fine trova qualcosa, viene
a sapere che qui quel lavoro è possibile. E infatti, questo posto è
stato creato e organizzato apposta perché colui che cerca possa
trovarvi le condizioni desiderate.
Ma
alcuni di voi non traggono alcun vantaggio da queste condizioni; anzi,
si può dire che nemmeno lo notano. E il fatto di non vederle dimostra
che, in realtà, essi non le hanno mai cercate, e che non si sono mai
sforzati, nella vita di tutti i giorni, di ottenere ciò che credevano
di volere. Chi non approfitta delle condizioni create dall'Istituto per
lavorare su di sé, e non le nota nemmeno, deve sapere che questo non è
il suo posto. Se resta, perde il suo tempo, disturba chi lavora e occupa
il posto di qualcun altro. Qui i posti sono limitati e, per mancanza di
spazio, sono costretto a rifiutare molti candidati. O mettete a profitto
il vostro posto, o fate il piacere di andarvene.
Ripeto,
io parto dal principio che chi viene qui ha già fatto un lavoro
preparatorio, ha sentito delle conferenze, ha già tentato qualcosa per
proprio conto. Parto
quindi dal fatto che i presenti abbiano già capito la necessità di
lavorare su di sé, e sappiano anche vagamente come fare; però non ne
sono capaci per ragioni che sfuggono al loro controllo. Di conseguenza,
non c'è bisogno di ripetere un'altra volta perché siete qui.
Io posso mandare avanti il lavoro
solo se ciò che è già stato indicato viene applicato nella vita
pratica. Purtroppo non succede
così: qui la gente vive, ma non lavora; agisce soltanto per
costrizione, come se fosse pagata alla giornata.
A
queste persone io propongo: o
di lavorare, a partire da subito, nel modo in cui un tempo ne avevano
compreso la necessità, riscoprendo le idee di una volta e mettendosi
seriamente al lavoro; oppure di rendersi conto, in questo istante, che
la loro presenza qui è inutile. Data la situazione, quand'anche
continuassero per dieci anni, non concluderebbero nulla.
Io
non rispondo di niente. Costoro devono veramente fare da sé. Altrimenti
sono ancora capaci di chiedere un risarcimento per il tempo perduto. Che
resuscitino le loro primitive intenzioni, e così renderanno utile
questo soggiorno a sé e agli altri. Chi, in questa situazione, è
capace di essere consapevolmente egoista, potrà permettersi di non
esserlo nella vita. Qui, essere egoisti significa non avere riguardi
per nessuno, nemmeno per me, e vedere in ogni essere e in ogni cosa un
mezzo per aiutare se stessi. Non ci dev'essere considerazione per niente
e per nessuno. Uno è stupido, l'altro è intelligente: il problema non
è questo. Lo stupido è un buon soggetto di studio e di lavoro. E così
pure l'uomo intelligente. In altre parole, entrambi sono necessari. Lo
stesso vale per la canaglia e il brav'uomo. Lo stupido, l'intelligente,
la canaglia, il brav'uomo, tutti quanti, ciascuno a modo suo, sono utili
per fare da specchio e per dare impulso all'osservazione e allo studio
di sé. C'è
un'altra cosa che è importante capire. Il nostro Istituto può essere
paragonato all'officina di un deposito ferroviario o a una rimessa dove
si riparano le automobili. Quando un nuovo arrivato entra nell'officina,
vede delle macchine che non aveva mai visto prima. E giustamente:
infatti, all'esterno aveva visto solo auto carrozzate e verniciate, e
quindi non sapeva come erano fatte all'interno. Gli occhi dell'uomo
della strada sono abituati a vedere soltanto la carrozzeria. Ma in
officina le vetture sono senza carrozzeria. I pezzi, smontati, ripuliti
e bene in vista, non hanno più niente in comune con ciò che si ha
l'abitudine di vedere. All'Istituto è la stessa cosa. Quando una
persona nuova arriva qui con tutto il suo fardello, viene subito messa a
nudo, e tutti i suoi aspetti peggiori, tutte le sue "bellezze"
nascoste, diventano facilmente visibili.
Chi
di voi non si rende conto di questo fenomeno, ha l'impressione che qui
abbiamo fatto la collezione degli stupidi, degli oziosi, delle persone
limitate, insomma, di tutti gli scarti. Ma dimenticate tutti quanti una
cosa essenziale: se vedete gli altri come sono, non è merito vostro.
Qualcun altro li ha messi a nudo: voi li vedete così, e ve ne
attribuite il merito.
di poter tenere una maschera anche qui, come nella vita.
Ma nel momento stesso in cui avete oltrepassato il cancello
dell'Istituto, il guardiano ve l'ha tolta. Qui vi trovate nudi, e
immediatamente vi accorgete di ciò che siete in realtà. Questo
è il motivo per cui, qui, nessuno può permettersi di considerare
interiormente gli altri. Se qualcuno si è comportato male nei vostri
confronti, non offendetevi, perché anche voi potreste comportarvi nello
stesso modo. Al contrario, dovreste essere molto riconoscenti, e
ritenervi fortunati di non aver mai ricevuto qualche ceffone, dal
momento che a ogni passo fate del male a qualcuno. Devono essere ben
gentili gli altri, per il fatto che non vi fanno pesare il loro
giudizio! Eppure, se qualcuno vi fa il minimo sgarbo, siete subito
pronti a rompergli la testa. Dovete
capire bene questa situazione, e comportarvi di conseguenza. Dovete
cercare di servirvi degli altri in tutti i loro aspetti, buoni e
cattivi; e in cambio dovete aiutarli attraverso i vostri, nessuno
escluso. Se l'altro è intelligente, idiota, gentile, spregevole, siate
certi che in altri momenti voi siete altrettanto stupidi, intelligenti,
spregevoli o coscienziosi. Le
persone sono tutte uguali, ma si manifestano in modi diversi secondo i
momenti, esattamente come, secondo i momenti, anche voi siete diversi.
E come voi, in certe occasioni, avete bisogno dell'aiuto degli altri,
così gli altri hanno bisogno del vostro. E voi dovete aiutare gli altri
non per gli altri, ma per voi stessi. In primo luogo, se aiutate gli
altri, gli altri vi aiuteranno; in secondo luogo, attraverso gli altri
è possibile imparare, a tutto vantaggio di coloro che vi stanno
accanto. Ancora
una cosa: in molti di voi, certi stati vengono provocati artificialmente
dall'Istituto. Di conseguenza, disturbare lo stato di una persona può
ostacolare il lavoro dell'Istituto. L'unica possibilità di salvezza è
ricordarvi giorno e notte che siete qui esclusivamente per voi stessi, e
che non dovete farvi disturbare da niente e a nessuno; e se vi sentite
disturbati, dovete fare in modo di non esserlo. Dovete utilizzare gli
altri come mezzo per raggiungere i vostri obiettivi.
Invece
qui si fa di tutto, meno che questo. Avete trasformato la vita
dell'Istituto in qualcosa di peggio della vita ordinaria. Molto peggio.
Nel corso della giornata, i presenti sono tutti presi dagli intrighi,
sparlano gli uni degli altri, e quando non si esprimo apertamente,
pensano male dentro sé, giudicano e sputano sentenze, trovando uno
simpatico e l'altro antipatico; ostentano delle amicizia, ma
collettivamente o individualmente si giocano dei tiri mancini, lo
sguardo sempre puntato sui difetti altrui.
Non serve a nulla pensare che alcuni
sono migliori di altri. Non ci sono "altri" qui. Qui, la gente
non è né intelligente né stupida, né inglese né russa, né buona
né cattiva. Non ci sono che automobili smontate, come voi. Ed è
proprio grazie a queste automobili smontate che ciascuno potrà arrivare
dove sperava di arrivare venendo qui. Ora è il momento buono perché ve
lo facciate tornare in mente, e lo riprendiate in considerazione.
Tutto
ciò che ho detto può riassumersi in due domande: 1)
Perché sono qui? 2)
Val la pena di restare?
IO
SONO -
di George I. Gurdjieff
Tratto
da: "La Vita Reale" (Ed. Basaia)
Prologo
Io sono... Dove è andata a
finire quella sensazione di me tutto intero, che ero solito provare una
volta quando pronunciavo queste parole in stato di "richiamo"?
E' forse possibile che questa attitudine acquisita al prezzo di tante
rinunce e di mortificazioni di ogni genere, oggi che l'azione sul mio
essere sarebbe più indispensabile dell'aria che respiro, sia sparita
senza lasciare traccia? No, questo non è possibile. C'è sicuramente
dell'altro... oppure tutto, nel mondo della Ragione, è privo di logica.
No - il potere di compiere
sforzi
coscienti e di assumermi una sofferenza volontaria
non si è ancora atrofizzato.
Tutto il mio passato e tutto quello che ancora mi aspetta esigono che IO
SIA ancora. Lo voglio... sarò ancora. E a maggior ragione poiché il
mio essere è necessario non solo al mio personale egoismo, ma al bene
della umanità intera. il mio "essere" è più necessario
agli uomini che non tutte le soddisfazioni o tutta la felicità che essi
possono procurarsi oggi. Voglio ancora "essere"... Io
"sono" ancora.
George I.
Gurdjieff - Biografia
Il nome di Gurdjieff è stato circondato da leggende
fantastiche. In realtà la sua vita è quella di un uomo interamente
consacrato alla ricerca di una conoscenza perduta e all’arduo
compito di farla rivivere ai nostri giorni. G. I. Gurdjieff nacque in
Russia, vicino alla frontiera persiana. Suo padre discendeva dai Greci
Ionici di cesarea. Allevatore di grandi mandrie, egli aveva ereditato la
tradizione orale di un’antichissima cultura, e grazie a lui l’infanzia
di Gurdjieff fu tutta impregnata di racconti e poemi di un lontano
passato. Distintosi ben presto agli occhi dell’arciprete della
cattedrale di Kars, egli fu anche in seguito guidato da uomini capaci di
risvegliare in lui il gusto dei valori essenziali, e ricevette insieme
una formazione scientifica moderna e una profonda educazione religiosa.
Nella zona a sud del Caucaso, dove la mescolanza di vari popoli russi,
greci, iraniani, armeni, porta all’incrocio di civiltà e costumi
diversi, numerosi avvenimenti lo convinsero che in passato era esistita
una conoscenza reale dell’uomo e della natura, la cui traccia era stata
cancellata e tuttavia doveva ancora essere possibile ritrovarla. Tutta
la sua esistenza fu orientata da tale convinzione, ed egli si prodigò a
condividerla con uomini animati dal suo stesso desiderio di
comprendere il senso della vita umana. Coi “ Cercatori di verità”,
che annoverano fra l’altro geografi, archeologi e medici, G:I:
Gurdjieff, superando inaudite difficoltà, riuscì ad entrare in contatto
con alcune comunità isolate d’Africa, del Medio Oriente e dell’Asia
centrale, e a raccogliere in seno ad esse frammenti sparsi di un
insegnamento tradizionale. Poi, sottomettendosi al fuoco delle più
rigorose discipline interiori, riuscì a viverli e a ricostruire per sé
l’unità della conoscenza che cercava. Nel 1912, un uomo completamente
diverso sbarca in Europa. Un nuovo compito lo attende: dove trovare i
mezzi con cui trasmettere questa conoscenza, creando le
condizioni in cui altri possano farne a loro volta l’esperienza. Ha
circa quarant’anni. A Mosca prima, poi a Pietroburgo, intorno a lui si
formano gruppi di uomini in ricerca. Uno dei suoi primi allievi, P. D.
Ouspensky, avrebbe in seguito testimoniato nel libro “Frammenti di un
insegnamento sconosciuto” (Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore,
Roma, 1976), del valore di quello che Gurdjieff portava: “Non si tratta
di un mosaico, come sono tutti gli altri sistemi filosofici, ma di un
tutto indivisibile”. La guerra prima, poi la rivoluzione, lo spinsero a
spostare in Francia la sua residenza. Egli vi si stabilì nel 1922 al
Prieuré di Avon, vicino a Fontainebleau, dove raccolse numerosi allievi,
specialmente inglesi e americani. Nel 1924 un grave incidente
d’automobile lo costrinse a cambiare l’orientamento della sua attività,
ed egli decise di scrivere una serie di opere, e di tenere al suo fianco
solo un piccolissimo gruppo di allievi. Morì il 29 ottobre 1949
nell’Ospedale Americano di Neuilly; ma il suo pensiero era stato
trasmesso e la conoscenza per cui egli aveva lottato continuava a
vivere.
L'Arte
divina di farsi degli amici - di Paramahansa Yogananda
Yogananda è stato il primo grande Maestro dell'India che visse in Occidente
per oltre trenta anni. Iniziò centomila studenti allo Yoga, serie di tecniche scientifiche per il risveglio della divina coscienza dell'uomo. Nel
1925 fondò a Los Angeles il Centro Internazionale della sua società: la
Self-Realization Fellowship, attualmente presieduta da Sri Daya Mata,
discepola e successore spirituale di Paramahansa Yogananda. Nello scritto
qui riportato, pur esponendo i suoi principi in chiave mistica (riferendosi
continuamente a Dio), Yogananda propone quella che, a parer mio, è da
ritenersi l'esatta descrizione dell'amicizia.
Tratto
da: L'eterna Ricerca Dell'Uomo (Ed. Astrolabio)
Primo
Tempio della Self-Realization Fellowship di Encinitas, California, 22
gennaio 1939
L'amicizia
è la più nobile espressione
umana del desiderio che Dio ha di dimostrare all'uomo il Suo amore. Dio
riversa affetto sul bimbo attraverso il padre e la madre; il loro
sentimento per il neonato è istintivo, perché il Creatore di noi tutti
ha disposto che i nostri genitori non possano fare a meno di amarci. Ma
l'amicizia viene a noi come espressione libera e imparziale del Suo
amore. Due
estranei s'incontrano e, per istantanea scelta dei loro cuori,
desiderano aiutarsi l'un l'altro. Avete mai analizzato come ciò
avviene? Il mutuo spontaneo desiderio d'essere amici deriva direttamente
dalla divine legge di Dio dell'attrazione; un complesso di azioni di
reciproca amicizia fra due anime, compiute in vite passate, crea
gradualmente un legame karmico che attira tali anime irresistibilmente
una verso l'altra in questa vita.
Fino
a che non venga contaminato da egoismo o da attrazione sessuale, tale
impulso è puro; ma purtroppo spesso è inquinato. L'amicizia cresce
sull'albero dei nostri più intimi sentimenti, ed è dissacrata da
desideri morbosi e da azioni egoistiche. Se spargete un fertilizzante
inadatto sulle radici di un albero, i frutti di quell'albero saranno
cattivi; e così, quando nutrite l'albero del sentimento umano col
turbamento dell'egoismo, i vostri indegni motivi guasteranno il frutto
dell'amicizia. Interessarsi a qualcuno solo perché è ricco o influente
e può fare qualcosa per voi non è amicizia. Quando quel volto perderà
la bellezza della gioventù, la "amicizia" se ne andrà in
fumo.
Sviluppare
le amicizie del passato
E'
vero che non si può trovare l'amicizia ovunque. Ci sono alcuni che
vedete ogni giorno e tuttavia non conoscete mai, mentre altri avete la
sensazione di averli conosciuti da sempre. Dovete imparare a
riconoscere questo indizio interiore. Dovunque siate, tenete sempre
gli occhi aperti e, se vi sentite divinamente attratti da qualcuno,
sviluppate l'amicizia con quella persona, perché siete già stati amici
in qualche vita precedente. Sono molti gli amici che abbiamo conosciuto
in viete passate, ma quelle amicizie non sono state ancora perfezionate.
E' meglio cominciare a costruire su fondamenta già preparate che
scavare al fine di gettare una base sulle sabbie di conoscenze
temporanee. E' facile pensare di avere molti amici, finché questi non
fanno qualcosa che vi ferisce; quando ciò accade, vi sentite
profondamente delusi. Molte
persone commettono errori nella scelta degli amici, perché sono
ingannati dalle apparenze esteriori. L'unico modo per riconoscere i veri
amici è quello di meditare di più. Dovete cercare gli amici nel modo
divino, purgando la vostra coscienza da ogni pensiero che prenda in
considerazione il volto, e l'apparenza in genere, come fattori che
possano determinare i vostri sentimenti verso gli altri. Se fate questo,
un giorno sarete in grado di scoprire veri amici ovunque intorno a voi.
Sentirete l'amicizia di Dio attraverso quegli umili canali umani che non
Gli oppongono resistenza. Attraverso i puri di cuore la luce divina
dell'amicizia fluirà in voi.
Date
amicizia a tutti, come fa Dio
Non
permettete che la vostra amicizia rimanga chiusa e confinata in una sola
persona, ma stabilite gradualmente questo divino rapporto con altre
persone dai nobili ideali. Se cercate di stringere amicizia con una
persona dalla mente distorta, sarete delusi. Siate amici, per
cominciare, con chi è veramente buono; proseguite, poi, diventando
amici d'altre persone finché, essendo in grado di provare amicizia per
tutti, potrete dire: "Sono amico di tutti, anche dei miei
nemici". Gesù provava solo amicizia perfino verso coloro che lo
crocifiggevano, rendendo manifesto, nella sua prova finale, quello che
aveva sempre insegnato: "... Ama il tuo nemico, benedici coloro che
ti maledicono, fa' del bene a coloro che ti odiano e prega per coloro
che ti trattano con malvagità e ti perseguitano".
La
vera amicizia è divino amore,
perché è incondizionata, reale e duratura...... Con un amico potete
parlare liberamente senza essere frainteso. Ma l'amicizia non potrà mai
svilupparsi se c'è anche solo un accenno a pretendere qualcosa da una
parte o dall'altra. L'amicizia si può costruire solo su una base di
libertà e di eguaglianza spirituale. Perciò dovete vedere tutti in
quella luce divina e comportarvi con loro con la coscienza che ognuno di
essi è un'immagine di Dio. Se trattate male qualcuno, non avrete mai la
sua amicizia. Molte
persone passano l'intera vita senza amici. Non riesco a immaginare come
possano resistere così. I veri amici raramente ci fraintendono, e se lo
fanno, è solo per breve tempo. Se qualcuno tradisce la vostra fiducia,
continuate, malgrado tutto, a dargli lo stesso amore e la stessa
comprensione che vorreste ricevere da lui. Se però, quella persona
continuasse a comportarsi con cattiveria e a percuotere la mano tesa ad
offrire amicizia, allora sarebbe meglio ritirare quella mano, per un
certo tempo.
L'amicizia
universale comincia da casa propria
L'amicizia
dovrebbe iniziare dalla propria casa. Se c'è nella vostra famiglia una
persona con la quale siete particolarmente in armonia, sviluppate
l'amicizia prima di tutto con quella persona. Se, poi, vi sentite
attratti verso chi, tra le conoscenze che avete, condivide i vostri
ideali, sviluppate quel rapporto. Eliminate tutti i desideri nati
dall'egoismo o da uno stimolo sessuale. Nel dare amicizia pura vedrete
la guida di Dio. Sviluppate l'amicizia con gente buona, e quanto più
mediterete, tanto più riconoscerete gli amici del passato. La
meditazione risveglia "memorie dormienti di amici che lo saranno
ancora".....
L'amicizia
è una grande forza universale. quando il desiderio di amicizia in voi
è abbastanza forte, anche se una persona che sia spirituale.
Dio
vi ha dato una famiglia perché imparaste ad amare altre persone e foste
poi in grado di dare questo amore a tutti. I nostri cari ci vengono
strappati dalla morte e da altre circostanze per farci imparare che non
dobbiamo amare le persone secondo un rapporto puramente umano, ma
dobbiamo essere innamorati dell'amore stesso, che è Dio, l'Essere che
si nasconde dietro tutte le maschere umane. "Quando l'uomo vede
tutti gli esseri separati esistere nell'Uno che ha espanso Se stesso nei
molti, si immerge in Brahma" (Bhagavad Gita, XIII, 31).
Amicizia
significa porre il proprio amore là dove non ci sia alcun pregiudizio
derivante da relazioni umane. Nel matrimonio c'è lo stimolo del sesso e
nella vita familiare la spinta degli istinti ereditari. Ma nell'amicizia
non c'è alcuna costrizione. Diamo
a tutti il nostro amore. Preghiamo di poter incontrare i nostri amici
del passato e provare la nostra amicizia per loro, così da per, alla
fine, comprendere e meritare l'amicizia di Dio. Finché non ci sentiremo
uniti con tutti i Suoi figli in uno spirito d'amicizia, non saremo uniti
a Dio. Io
non conosco estranei. quale grande stato di felicità e di gioia è
questo! Nemmeno il peggior nemico può farmi sentire che non sono suo
amico. quando si verifica questo risveglio, siete innamorati di tutti.
Vi rendete conto che tutti sono figli del Padre vostro, e l'amore che
provate per tutti gli esseri non morirà mai. Esso cresce, si espande
finché non realizzerete, nell'amore degli amici, il divino amore di
Dio.
Maestro e discepolo di Osho Rajneesh
Osho
insegnò filosofia all'Università di Jabalpur prima di fondare, in
India, la
comunità di Pune, famosa in tutto il mondo, come centro di
meditazione. La sua visione del mondo e della vita ha influenzato, e
influenza tuttora, milioni di persone di tutte le età e di ogni livello
sociale e di istruzione.
Nello scritto qui riportato, Osho descrive
in modo chiaro e semplice, il tipo di rapporto che dovrebbe esistere tra
Maestro e discepolo.
Tratto
da: "The Rajneesh Upanishad", settembre 1986
Osho risponde alle
domande di un discepolo
Discepolo:
"Amato Maestro, sei stato mio zio, quello prediletto, e mio
padre, la mia levatrice, un bambino che ride, il mio migliore amico, un
vecchio saggio, il mio cantastorie preferito, e il mio Maestro ...il mio
primo pensiero all'alba e l'ultimo la sera ... Sei stato due caldi occhi
scuri, una mano gentile, piedi per la mia testa; un formicolio per il
corpo .. a volte un silenzio, altre un canto ... Sei stato una scossa,
un bagliore, una presenza, una assenza; giorno e notte, estate e inverno
... un uomo per ogni stagione; la promessa di una realizzazione, la sola
speranza, il supremo distruttore di ogni mio sogno; il solo rifugio, e
colui che ho cercato di evitare; un mago, e un semplice essere umano, un
uomo qualunque. Eri un enigma, eri me stesso. Eri la luna, le stelle e
tutto ciò che intorno a loro si muove. Eri il verde e il colore della
terra, l'azzurro e l'oro della mia terra. Eri il tutto e il nulla.
Sempre, eri amore.
Osho,
per favore, puoi parlare dell'evoluzione del rapporto tra Maestro e
discepolo?"
Osho:
" Esiste rapporto e rapporto, ma nessuno è paragonabile al
rapporto che esiste tra Maestro e discepolo. Tutti gli altri rapporti,
perfino il migliore, sono soggetti a condizioni. Ad esempio, un rapporto
d'amore pretende sempre qualcosa. Il solo rapporto libero da condizioni,
da pretese, da richieste, è quello che esiste tra Maestro e discepolo.
Di fatto è un fenomeno così raro e unico, che non dovrebbe essere
inserito nella stessa categoria degli altri rapporti. Solo la povertà
del linguaggio ci porta a parlare di rapporto, là dove non esiste
affatto un rapporto. E' una fusione, è un incontro senza alcuna
ragione. Il discepolo non chiede nulla e il Maestro non promette
nulla; tuttavia nel discepolo esiste una sete e nel Maestro esiste una
promessa. E' un'intimità nella quale nessuno è superiore e nessuno
è inferiore ... il discepolo è sempre e comunque femminile,
perché il discepolo non è altro che disponibilità, un grembo aperto,
pronto a ricevere: è ricettività. E il Maestro è sempre
maschile, perché il Maestro non è altro che dare, un donarsi, per
l'unico e semplice motivo che il tutto da lui straripa. Deve dare: è
una nube carica di pioggia. Come il discepolo è alla ricerca, alla
ricerca è il Maestro. Il discepolo cerca un luogo in cui potersi
aprire senza alcuna paura, senza alcuna resistenza, senza doversi
trattenere. Un totale abbandono. E anche il Maestro ricerca un essere
umano capace di accogliere il mistero, pronto a lasciarsi fecondare dal
mistero, pronto a rinascere. Esistono molti insegnanti, e ci sono molti
allievi. Gli insegnanti hanno acquisito un sapere, e possono essere
molto dotti, colti, ma nel loro cuore regnano le tenebre; la loro
istruzione maschera la loro ignoranza. Ed esistono studenti alla ricerca
di quelle conoscenze. Maestro e discepolo sono un fenomeno
completamente diverso. Il Maestro non dà conoscenze, condivide il
proprio essere. E il discepolo non è alla ricerca di conoscenze, è
alla ricerca dell'essere: è, ma non sa chi è. Vuole conoscersi,
vuole mettersi a nudo davanti a se stesso. Il Maestro può fare
una cosa molto semplice: creare fiducia. Tutto il resto accade.
Nel momento in cui il Maestro riesce a creare fiducia, il discepolo
abbandona le sue difese, i suoi abiti, ciò che conosce. Di nuovo torna
ad essere un bambino: innocente, sveglio, vivo. E' un nuovo inizio. Tuo
padre e tua madre hanno dato vita al tuo corpo: è una vita che si
concluderà con la morte. I tuoi genitori sono responsabili della tua
nascita e della tua morte. Anche il Maestro ti dà una nuova nascita,
ma è la nascita della consapevolezza, e questa non ha mai fine.
Occorre solo un'atmosfera di assoluta fiducia; e in quella fiducia le
cose iniziano ad accadere da sole; né il discepolo né il Maestro fanno
qualcosa. Il discepolo accoglie ciò che accade. Il Maestro è il
veicolo delle forze universali: è simile a un bambù cavo, che può
diventare un flauto. Ma il suono non è il bambù. Al bambù può andare
solo il merito di non distruggere quel canto, di lasciarlo fluire. Il
Maestro è un medium della consapevolezza universale. Se tu sei
disponibile, all'improvviso la consapevolezza universale scuote la
consapevolezza assopita, la consapevolezza addormentata che esiste in
te. Il Maestro non ha fatto nulla. Tutto accade! Vale la pena ricordare
ciò che accadeva nell'antichità: i ricercatori passavano centinaia di
insegnanti, fino a quando arrivavano alla presenza di un uomo che,
all'improvviso, risvegliava in loro la fiducia; erano arrivati... e
anche i Maestri viaggiavano... ricordo ... un episodio ... Gautama il
Buddha, giunse in una città. Tutti erano accorsi per ascoltarlo, ma
Buddha continuava ad aspettare guardando di continuo la strada.... e
questo perché una ragazzina, di non più di tredici anni, lo aveva
incontrato e gli aveva detto: "Aspettami. Porto questo cibo a mio
padre, nei campi, e sarò di ritorno in tempo ... ma non scordarti di
aspettarmi". Dopo poco, gli anziani della città chiesero a Buddha:
"Chi aspetti? Tutte le persone importanti sono presenti, inizia il
tuo discorso". Buddha ribatté: "Manca ancora la persona per
la quale sono venuto fin qui, e devo aspettare". La ragazzina
arrivò e disse: "Sono un po' in ritardo, ma tu hai mantenuto la
promessa. Sapevo che l'avresti fatto, dovevi farlo, perché ti sto
aspettando dal giorno in cui sono diventata consapevole... avevo forse
quattro anni quando ho sentito il tuo nome per la prima volta. E il solo
suono del tuo nome ha fatto risuonare qualcosa nel mio cuore. E da
allora è passato tanto tempo, sono forse dieci anni che
aspetto...". Buddha le rispose: "Non hai atteso invano. Sei tu
che mi hai attirato in questo villaggio". E iniziò a parlare. La
ragazza fu l'unica ad avvicinarsi chiedendogli l'iniziazione: "Ho
atteso a sufficienza voglio stare con te". Buddha rispose:
"Devi venire con me, perché la tua città è così lontana da ogni
percorso e io non posso continuare a venire fin qui. Il cammino è lungo
e io sto invecchiando". In città nessun altro, ad eccezione di
quella ragazzina, si presentò a chiedere di essere iniziato. Nella
notte, prima di coricarsi, Ananda, il primo discepolo di Buddha, gli
chiese: "Prima di coricarti vorrei farti una domanda: tu senti
un'attrazione verso un certo luogo, come se si trattasse di
magnetismo?" Buddha rispose: "Hai ragione. é così che decido
dove andare. Quando sento che qualcuno ha sete, che è così assetato
che senza di me non ha alternativa alcuna, mi incammino in quella
direzione".
Il
Maestro si sposta verso il discepolo. Il discepolo si incammina verso il
Maestro. Prima o poi si incontreranno, è inevitabile. Non è un
incontro fisico,né un incontro mentale. E' un incontro di anime, come
se all'improvviso avessi avvicinato due candele accese: le candele
restano separate, ma le loro fiamme si uniscono e diventano una sola.
Quando l'anima è una sola, è difficilissimo dire che tra due corpi
esiste un rapporto. Non è vero, ma non esiste altra parola: il
linguaggio è molto povero. Si tratta di una unione di essenze.
Discepolo:
"Amato Maestro, se il discepolo non è d'accordo con alcune delle
cose che il Maestro dice, è un discepolo?"
Osho:
"Il discepolo è assolutamente libero di essere o non essere
d'accordo con ciò che il Maestro dice. Ma quello che il Maestro non
dice, non può creare disaccordo nel discepolo! In quel caso c'è una
totale armonia. Ciò che il Maestro dice, non è altro che un gioco di
parole privo di importanza. Il Maestro non è un filosofo, non sta
affatto insegnando un sistema di pensiero. Non ti chiede di essere o non
essere concorde ... Puoi non convenire con tutto ciò che dice, ma
essere in accordo con il Maestro. Il problema è essere in armonia con
il suo essere. Quando sei in accordo con l'essere del Maestro, non ti
preoccupi di contestare le sue parole.
Psicologia dell’assistenza ai malati terminali
- di
Marco Ferrini
Si tratta del resoconto, relativo alla conferenza organizzata il
04 ottobre 2003 in
Bologna, presso l'Aula Magna G. Viola - dell'Ospedale S. Orsola Malpighi
con il Patrocinio dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di
Bologna.
Il Prof Marco Ferrini è Direttore del Dipartimento Accademico del Centro
Studi Bhaktivedanta (Centro specializzato nello studio
delle Scienze
Tradizionali dell'India)
con sede in Perignano
(PI) - WEB:
www.c-s-b.org
- Il CSB organizza conferenze, seminari residenziali e
seminari E.C.M accreditati dal Ministero della Salute.
Nell’aula magna G. Viola, della Facoltà di Medicina dell’Università di
Bologna, Marco Ferrini ha intessuto la propria esposizione su alcune
tematiche fondamentali care al pensiero tradizionale indiano, come quelle
relative a vita, morte e identità, per un’analisi volta all’indagine
dell'aspetto psicologico che investe l'uomo nel suo rapporto con la
malattia e con la morte. “Gli interventi chirurgici - ha esordito il Prof.
Ferrini - non sono il nostro campo, né lo è la terapia chimica del dolore,
benché in tal senso avremmo da dire qualcosa anche noi. Scopo del nostro
progetto è quello di impiantare semi di una più elevata consapevolezza
delle facoltà interiori, di svelare un ulteriore universo coscienziale”.
Nell’ambito delle malattie terminali il soggetto raggiunge talvolta
livelli di prostrazione che scaturiscono non soltanto da cause fisiche ma
in buona parte da uno stato di profondo disagio psicologico. L’individuo,
identificandosi con il corpo, vede venir meno ogni prospettiva di futuro,
si percepisce sconfitto dalla malattia e privato di ogni alternativa
positiva. Ma l’immortalità - è stato spiegato - è un dato concreto,
soggettivamente sperimentabile. Al contrario delle percezioni, l’io
superiore, il baricentro della coscienza e della personalità, non viene
mai meno. La consapevolezza di questa realtà può modificare in maniera
decisiva il rapporto con la sofferenza fisica e psichica, consentendo al
paziente e ai suoi cari il passaggio da un’esperienza traumatica ad un
vissuto positivo-costruttivo del fenomeno morte. “L’intero problema della
morte - ha proseguito il Professore - è basato sulla premessa che noi
siamo nati e che questo qualcuno che è nato deve poi morire. Ma la domanda
che dovremmo porci è la seguente: chi o che cosa è nato? E chi o che cosa
muore? Se ci chiedessimo: “sono sicuro di essere nato”? e considerassimo
attentamente il fatto in sé, vedremmo che a nascere e morire è solo una
percezione del corpo fisico”. La psicologia vedica valorizza la natura
ontologica dell’essere umano e le caratteristiche che attengono al sé,
distinto dal corpo, riconoscendo nell’immortalità l’essenza stessa della
vita. Grazie a questo suo inalienabile attributo, il sé rimane un centro
fisso ed immutabile, attorno a cui ruota una miriade di identificazioni
temporanee, ben inclusi i corpi con il loro apparire (nascita) e il loro
scomparire (morte). L’intervento, che sin dall’inizio ha destato
l’interesse del pubblico, ha proseguito con uno stimolante programma di
domande e risposte, nel corso del quale è stato possibile approfondire
alcune tematiche e mettere a confronto il pensiero tradizionale e quello
scientifico di Oriente ed Occidente.
RESOCONTO
DELLA CONFERENZA DEL 10 MAGGIO 2003, PUBBLICATO SUL NOTIZIARIO N° 13 -
L'EVENTO FU ORGANIZZATO DAL C.S.P. DI BOLOGNA



L'Amore oltre la morte
- di Vittorio Frigau
Abbiamo gentilmente ricevuto in omaggio dal Signor Vittorio Frigau, il
libro "L'Amore oltre la morte", da lui scritto e pubblicato nel 2003
dalle Edizioni Segno.
Del
piccolo libro-diario si apprezza la genuina semplicità e la brevità.
Frigau racconta come visse la scoperta e poi l'intero iter della
malattia che portò la moglie Raffaella (dal
21 marzo 2001 al 02 novembre 2002)
ad oltrepassare il "Ponte" che, secondo gli NDEs e la Filosofia
esoterica orientale ed occidentale, conduce alla Luce d'Amore
imperituro. Tale breve opera indica la via a quanti desiderano
trovare un efficace rimedio per sopportare il trauma del lutto. Ci
riferiamo alla stesura di un diario, importantissima pratica,
tramite la quale è possibile dare libero sfogo alle proprie emozioni e
riflessioni intellettuali; nella vicenda narrata dal
Frigau, il diario è
l'elemento maggiormente significativo e meno importanti, a nostro
parere, sono i vari riferimenti relativi ai fenomeni PSI, più volte
citati nell'intero libricino.