Alberto Bertoni
Per Amelia Rosselli

 

Nel 1966, preconizzando la fine dell'avanguardia in un saggio poi accolto dentro Empirismo eretico, Pier Paolo Pasolini appuntava le sue critiche alla poetica di Sanguineti muovendo da ragioni metriche: e sottolineava che il predominio della metonimia sulla metafora indotto da un verso lungo sollecitato a portare «le acmi fuori dalle parole» finiva per stringere il poeta in opere «senza ombre, senza ambiguità e senza dramma, come dei formulari impersonali o dei testi accademici». Oggi, si può leggere una pronuncia di questo genere come una condizione preliminare dell'«avanguardia» praticata dall'ultimo Pasolini, regista, critico, polemista luterano e corsaro (da Teorema a Petrolio, in sostanza), che implicava un forte coinvolgimento tra il corpo, la figura esistenziale dell'autore e le sue tecniche compositive. Il suicidio recente di Amelia Rosselli, un'altra protagonista della nostra avanguardia, "luterana" a sua volta e almeno trilingue, conferma che tale coinvolgimento reca il più delle volte una marca tragica. Ed è singolare che ancora da ragioni metriche muova una delle sue scritture più intense e durevoli, ben precedente ai paragrafi pasoliniani (risalendo al 1962) e ben più radicale, su un piano argomentativo che univa alle ragioni poetiche quelle musicali - soprattutto - e figurative e che anche metteva in causa le grandi categorie fondanti dello spazio e del tempo. Il riferimento è naturalmente alle pagine acutissime di Spazi Metrici, da cui si possono richiamare molte battute esemplari, se è vero che per la Rosselli scrivere poesia equivaleva a «osservare ogni materialità esterna con la più completa minuziosità possibile entro un immediato lasso di tempo e di spazio sperimentale». Di più, la similitudine oggi diffusa di testo poetico e spartito veniva da lei collegata ad un'interazione profonda di forze equivalenti che rendevano ogni simmetria «contrastata da un formicolio di ritmi traducibili non in piedi o in misure lunghe o corte, ma in durate microscopiche appena appena annotabili, volendo, a matita su carta grafica millesimale». E ritentare un equilibrio sperimentando un «ideale reale» era allora come oggi un altro predicato necessario della poesia, a maggior ragione se intorno «la realtà è così pesante che la mano si stanca, e nessuna forma la può contenere. La memoria corre allora alle più fantastiche imprese (spazi versi rime tempi)».

Tali presupposti, d'altra parte, trovavano un riscontro emozionante e necessario nell'imperfezione sussurrata e lacerante del dire italiano di Amelia Rosselli, sullo sfondo dell'estraneità roca ma penetrantissima della voce indotta a pronunciare i proprî versi sulla scena: e sovviene la memoria d'una serata parmigiana di neve mai più così fitta, nel febbraio del 1986, quando ascoltai una sua performance con rapimento e con dolore, nel contesto del festival «Di versi in versi», accanto ad altri protagonisti della nostra avanguardia (Adriano Spatola, Patrizia Vicinelli, Corrado Costa), e colsi lo strazio lacerato di quei corpi consacrati alla scrittura, ma insieme sorpresi nell'atto di restituire alla scrittura l'oralità originaria di una parola di nuovo «intera», caricata del peso di un'esperienza di irredimibile scissione, di separazione da qualsivoglia forma possibile di ordine esistenziale. Ed è questa una linea della nostra avanguardia cui prima o poi si dovrà riconoscere, pur lottando con il precario destino editoriale di opera omnia troppo intensi e provocatorî per divenire best-seller, un'altezza molto più certa e duratura di quella raggiunta dai «novissimi», con le eccezioni parziali del Sanguineti di Laborintus e di Postkarten, oltre che dell'ultimo Porta.

In ogni caso, sul valore indiscusso della poesia della Rosselli sono una volta di più intervenuti con acutezza Giovanni Giudici e Niva Lorenzini: il primo sottolineando nell'introduzione all'Antologia poetica edita da Garzanti nel 1987 «la sua ansia di significazione», la seconda parlando di «una via solitaria verso la sregolatezza, nel rifiuto della linearità, della logica che domina le cause e gli effetti». Molto, naturalmente, è ancora da fare sul versante critico, ma chi legge o scrive versi, oggi, a causa del volo estremo che ha concluso l'esistenza di Amelia, dovrà in primo luogo rimpiangere di non poter più condividere l'esperienza concreta di un monologo portato davvero a segnare 'dentro' ogni ascoltatore. Ma, subito, sarà chiamato anche a condividere la certezza di poter contare sulle tensioni e sui contrappunti di un classico vero della sua fine di secolo. Tanto che, nella forma di un sogno, tale consapevolezza viene in sostanza anticipata dalla scrittrice stessa, in uno splendido testo che accoglie tra le sue possibilità di lettura anche quella autoriflessiva:

Il colore che torna dal nero
al verde d'un prato affamato
fiori scesi giù tranquilli
posano per gli artisti

guardandomi girare tranquillamente
per le strade a volte bianche.


n. quattro-cinque, maggio 1996 - 1996, n. 1


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